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Parliamo di una paura che può influenzare la nostra vita in maniera importante: “l’abbandono”.

In che cosa consiste e da dove arriva? Perché in età adulta parliamo ancora di abbandono?

Queste sono alcune delle domande che mi sono  posta anch’io.

Innanzi tutto possiamo affermare che l’abbandono è un tipo di sensazione che si può  provare quando si è piccoli: in età adulta parlare di abbandono non è reale perché siamo in una condizione completamente differente! Abbiamo un lavoro, una casa in cui vivere, una cerchia di amicizie e la realtà è che le persone possono o dovrebbero entrare ed uscire dalla nostra vita con naturalezza; certo, quando si chiudono dei rapporti è inevitabile provare del dolore, ma sentirsi abbandonati significa ben altro.

Tempo fa ho letto un bellissimo libro dell’autrice Lise Bourbeau, intitolato: “le cinque ferite”, nel quale si parla della “ferita da abbandono” come problematica nata col genitore del sesso opposto da 1 a 3 anni di vita, quindi uno schema che insorgerebbe prestissimo.

La massima paura, per chi soffre di questa problematica sarebbe proprio la solitudine, spesso mascherata da una facciata da persona indipendente che dichiara di non avere bisogno di nessuno; in realtà queste persone credono di non potercela fare da sole e nelle relazioni fanno di tutto per non essere abbandonate: cercano di fare le vittime e sono profondamente empatiche; sono le persone che tendono a lamentarsi molto e dire spesso che “non reggono” ciò che capita loro nella vita.

Avere costantemente bisogno dell’approvazione altrui, cercare appoggio emotivo e anche fisico secondo quest’autrice sarebbero alcune delle caratteristiche di chi soffre di questa ferita.

Ma allora, cosa fare se ci si rende conto di avere sviluppato un “carattere dipendente” a causa di questa precoce ferita?

Iniziare a sperimentarsi nella vita, anche e soprattutto da soli: non aspettiamo di fare qualcosa che ci piace solo se siamo in compagnia o se abbiamo il benestare altrui. Proviamo ad assaporare delle nuove esperienze solo per noi stessi o per il gusto di dire: “Sono riuscito a provare”.

La tendenza ad “abbandonare”, riguarda principalmente se stessi: abbandoniamo dei progetti per paura di fallire, mentre l’unico fallimento reale è quello di non tentare.

Abbandoniamo relazioni per paura di essere abbandonati per poi tornare indietro creando maggiore sofferenza.

Abbandoniamo noi stessi per spostare l’attenzione sulle vite altrui perché prenderci cura di noi fa molta più paura e mettersi in gioco implica fatica; può significare sbagliare e avere la responsabilità dei propri errori, può significare vivere dei rifiuti o tante cose che possono dare dei dispiaceri e farci mettere in discussione.

Ma vivere davvero significa questo: provare, fallire e imparare dagli errori, oppure riuscire, avere successo e gioire. La vita è fatta da tutto e dal contrario di tutto, l’unica cosa certa è che vale sempre la pena provare.

Riuscire ad avere un buon rapporto con se stessi e supportarsi è fondamentale per avere una buona base per affrontare gli eventi: non avremo sempre qualcuno accanto nell’immediato, appena accadrà qualcosa che non ci piace, ed è per questo che abbiamo bisogno di sentirci solidi ed avere fiducia nelle proprie capacità, poi gli aiuti arriveranno di conseguenza, senza che ci siano delle nostre pretese.

Se dovessimo notare questa ferita in un figlio, un alunno, un cliente, il lavoro da fare sarà proprio quello di aiutare ad accrescere la stima in se stessi e a spronare la sperimentazione nella vita.

Inizialmente ci saranno difficoltà e resistenze da affrontare, ma una delle cose favolose della vita è che si può imparare tutto.

Il processo di apprendimento può non essere uno dei più semplici ma si può sicuramente migliorare ed avere una vita molto più soddisfacente e piena modificando questo schema.