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In questo articolo ho deciso di dedicare qualche riga alla tematica dei rapporti che intercorrono tra scuola e famiglia e dei cambiamenti che ho vissuto in questi quattordici anni di insegnamento.

Sempre con maggior frequenza si può notare come la situazione si stia ribaltando: se prima i genitori si affidavano totalmente agli insegnanti, riconosciuti come esperti nel settore educativo, ultimamente accade che si crei una vera e propria triangolazione che vede il genitore “schierato dalla parte del figlio” e che non da molto credito alle parole dell’insegnante quando questo riporta degli aspetti “non perfetti” del loro bambino.

Si sta passando da un estremo all’altro: se anni fa la tendenza era quella di non ascoltare minimamente le parole dei bambini/ragazzi e di prendere per oro colato tutto ciò che l’insegnante riportava, ora sembra che gli insegnanti, in alcuni casi, non possano esporre la propria visione per paura di avere problematiche con determinate famiglie.

Confrontandomi con altre docenti, abbiamo riscontrato che diversi alunni presenti nelle classi avute, avessero spesso l’atteggiamento di chi potesse rispondere a tu per tu alle insegnanti e ignorare le regole del gruppo classe senza avere una sanzione come conseguenza; quando le sanzioni arrivano ci si sente rispondere: “Ora lo dico a mamma/papà”.

Il bambino perciò, si sente in una posizione “up” rispetto all’insegnante, sapendo che a casa riuscirà ad apparire come “parte lesa” delle dinamiche accadute in classe, al di là di come i fatti siano andati davvero.

Quale atteggiamento avere in queste situazioni?

Dobbiamo concludere che fosse meglio tanti anni fa?

La mia conclusione e la mia opinione pendono verso il concetto che “la virtù stia nel mezzo”.

Il parere e le opinioni dei genitori e conoscere il loro vissuto col bambino a casa è fondamentale, così com’è importante capire cosa essi pensino dell’operato delle insegnanti, ma ciò a cui si dovrebbe tendere è la collaborazione, un’unica linea che veda insegnanti e genitori collaborare, non dimenticando che l’insegnante è specializzato nel settore educativo e può dare un apporto importante per la crescita dei bambini.

I “consigli” e le opinioni offerte da chi educa dovrebbero servire a sperimentare modalità educative funzionali a potenziare l’autostima dei bambini e riconoscere i loro talenti; un insegnante non dovrebbe parlare per criticare il difficile operato genitoriale ma per sostenerlo e offrire anche differenti punti di vista sull’educazione in modo da offrire al bambino il meglio, e di dare un contributo sufficientemente buono al futuro cittadino o cittadina del mondo.

La mia conclusione, perciò è che la chiave sia la cooperazione con le famiglie per il bene del bambino.